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Proxmox o VMware: cosa conviene oggi a una PMI

Per vent'anni, in Italia, virtualizzare ha voluto dire VMware. Era la scelta che nessuno doveva giustificare: la conoscevano tutti i tecnici, la supportavano tutti i software gestionali, la proponeva ogni rivenditore. Quella condizione di default è finita, e non per ragioni tecniche. È finita perché sono cambiate le regole commerciali con cui il prodotto viene venduto, e il cambiamento ha colpito soprattutto la fascia di aziende che qui interessa: quelle con due o tre server e qualche decina di macchine virtuali.

Oggi, quando una PMI mi chiede su cosa virtualizzare, la mia risposta di partenza è Proxmox VE. Non per ideologia open source, e non perché VMware sia diventato un prodotto peggiore — non lo è. Perché il rapporto tra ciò che una PMI ottiene e ciò che paga si è spostato in modo netto. In questo articolo spiego che cosa è cambiato, quali sono le differenze reali tra le due piattaforme, in quali casi VMware resta la scelta giusta, e come si affronta una migrazione senza farsi male.

Che cosa è cambiato, in concreto

Dopo l'acquisizione di VMware da parte di Broadcom, il modello commerciale è stato ridisegnato in poco tempo. I passaggi che contano per un'azienda medio-piccola sono cinque.

Confronto tra il modello di licenza VMware precedente e quello attuale PRIMA ADESSO licenza perpetua, si compra una volta edizioni piccole per PMI si paga per numero di processori hypervisor gratuito disponibile molti rivenditori sul territorio solo abbonamento, si rinnova sempre pochi pacchetti, tutto incluso si paga per core, con soglie minime gratuito ritirato, poi ridotto canale selezionato, meno interlocutori
Nessuno di questi cambiamenti riguarda la qualità tecnica del prodotto. Riguardano tutti quanto costa averlo e quanto è facile comprarlo, ed è su quel terreno che la scelta per una PMI si è ribaltata.

Le licenze perpetue non si vendono più. Il modello è passato interamente all'abbonamento: si paga finché si usa, e alla scadenza il rinnovo non è una scelta ma una necessità, perché senza sottoscrizione attiva restano solo gli aggiornamenti già installati. Per chi era abituato a comprare le licenze insieme al server e tenerle cinque anni, è un cambiamento profondo nella struttura di costo — da investimento a spesa corrente permanente.

Le edizioni pensate per le aziende piccole sono sparite nel riordino del catalogo. Al posto di una gamma articolata sono rimasti pochi pacchetti che includono molte funzionalità, spesso più di quante una PMI userà mai. Comprare solo ciò che serve non è più un'opzione: si acquista il pacchetto.

Il conteggio è passato ai core, con una soglia minima per processore e vincoli minimi sull'ordine complessivo. È il punto che penalizza di più i server piccoli: chi ha due macchine con processori modesti si trova a pagare per una capacità nettamente superiore a quella che possiede.

L'hypervisor gratuito, per anni la porta d'ingresso per laboratori, ambienti di prova e piccole installazioni, è stato prima ritirato e poi reintrodotto in forma ridotta. Al di là della disponibilità del momento, il messaggio è arrivato: quella fascia non è più il pubblico di riferimento.

La rete di rivenditori è stata ridisegnata. Molti partner storici, spesso quelli locali che seguivano le PMI, non fanno più parte del canale. Per un'azienda in provincia questo significa perdere l'interlocutore che conosceva la sua installazione e doversi rivolgere a operatori più grandi e meno vicini.

Messi insieme, questi cinque punti spiegano perché tante aziende si siano trovate davanti a rinnovi con importi molto più alti dei precedenti, a volte multipli. Non è la conseguenza di un capriccio: è una strategia commerciale coerente, orientata ai clienti di grandi dimensioni. Perfettamente legittima — e perfettamente incompatibile con il profilo di una PMI.

Che cos'è Proxmox VE

Proxmox Virtual Environment è una piattaforma di virtualizzazione sviluppata da un'azienda austriaca, distribuita come software libero e basata su tecnologie Linux consolidate: Debian come sistema operativo di base, KVM come hypervisor per le macchine virtuali, LXC per i container, ZFS e Ceph per lo storage. Non sono componenti giovani né sperimentali: KVM fa parte del kernel Linux da quasi vent'anni ed è la base su cui girano buona parte dei grandi provider cloud.

La differenza pratica più rilevante è che il software è completo fin dall'inizio. Cluster, alta disponibilità, migrazione a caldo delle macchine accese, snapshot, replica, firewall, gestione dei permessi, interfaccia web, API: non ci sono edizioni da confrontare né moduli da aggiungere. La sottoscrizione commerciale esiste, si paga per processore ed è chiaramente più economica dell'equivalente concorrente, ma acquista supporto tecnico e accesso al canale di aggiornamenti più conservativo — non funzionalità.

Questa struttura cambia anche il modo di ragionare sul budget. Non si compra la capacità di fare qualcosa: si decide quanto supporto esterno serve. Un'azienda con competenze interne può partire senza sottoscrizione e attivarla in seguito; un'azienda che si appoggia interamente a un fornitore la mette in conto come parte del servizio.

Componenti incluse nella piattaforma: Proxmox VE a confronto con VMware PROXMOX VE VMWARE Virtualizzazione e cluster Alta disponibilità e migrazione a caldo Storage distribuito (Ceph) Backup con deduplica (PBS) Container leggeri (LXC) Virtualizzazione e cluster Alta disponibilità e migrazione a caldo Storage distribuito Backup Container A PAGAMENTO O IN PACCHETTO SUPERIORE PRODOTTO DI TERZE PARTI PRODOTTO SEPARATO
Sul piano delle funzioni le due piattaforme si equivalgono ampiamente. Cambia dove passa il confine di ciò che è compreso: in Proxmox le voci verdi arrivano con il prodotto, altrove sono acquisti distinti.

Le differenze che si sentono davvero

Confrontare gli elenchi di funzionalità serve fino a un certo punto: quasi tutto ciò che una PMI usa esiste da entrambe le parti. Le differenze che si notano nel lavoro quotidiano sono altre.

Il backup fa parte della piattaforma

È il vantaggio più concreto e quello che sottovaluto meno. Proxmox Backup Server è un componente dello stesso ecosistema: fa backup incrementali con deduplica, verifica l'integrità dei dati salvati, gestisce la retention e permette di ripristinare una singola macchina o un singolo file. Nel mondo VMware il backup è quasi sempre un prodotto di terze parti, con la sua licenza, il suo contratto e il suo rinnovo. Per una PMI, avere il backup integrato significa una cosa in meno da comprare e, soprattutto, un fornitore in meno da coordinare quando qualcosa non funziona.

Resta valido il principio che vale sempre: un backup integrato è comodo, ma non è una garanzia finché non lo si è provato. Ne parlo in dettaglio nell'articolo sul test di ripristino.

I container Linux accanto alle macchine virtuali

Proxmox permette di affiancare alle macchine virtuali tradizionali dei container LXC, che consumano una frazione delle risorse. Per i servizi Linux di supporto — un proxy, un server di monitoraggio, un servizio interno, un ambiente di prova — significa far girare molte più cose sullo stesso hardware. Non è una funzione che cambia la vita a tutti, ma dove serve fa una differenza misurabile in ferro risparmiato.

Nessun vincolo su hardware e uscita

Proxmox gira su hardware x86 standard, senza liste di compatibilità restrittive: è Debian, quindi ciò che è supportato da Linux funziona. I dischi virtuali usano formati aperti, la configurazione è in file di testo leggibili, e portare le macchine altrove non richiede di negoziare con nessuno. La reversibilità, che nel confronto tra piattaforme viene sempre citata e mai verificata, qui è una proprietà del prodotto.

Dove VMware resta avanti

Sarebbe disonesto presentare la scelta come priva di rinunce. VMware conserva vantaggi reali su tre fronti.

Il primo è l'ecosistema di certificazioni: alcuni gestionali, applicativi verticali e apparati dichiarano il supporto solo su VMware. Se il software che manda avanti l'azienda è in quell'elenco, il tema si chiude prima di iniziare — e va verificato nei contratti, non per sentito dire.

Il secondo è la scala: sopra le decine di host, con requisiti sofisticati di rete virtuale, microsegmentazione e automazione, l'ecosistema VMware ha una profondità che Proxmox non insegue. È un problema che le PMI non hanno.

Il terzo è la disponibilità di competenze: i tecnici che conoscono VMware sono più numerosi. Proxmox richiede dimestichezza con Linux, e se non c'è né dentro né presso il fornitore, non è un dettaglio da liquidare. È un costo che va messo nel confronto, accanto alle licenze.

Il confronto in sintesi

Le voci che pesano di più nella scelta per una PMI
AspettoVMwareProxmox VE
Modello di acquistoabbonamento obbligatorio, per coresoftware libero; sottoscrizione opzionale per processore
Costo per due o tre serverelevato e ricorrente, con soglie minimeda zero al costo del supporto scelto
Cluster e alta disponibilitàinclusi nei pacchetti attualiinclusi
Backupprodotto di terze partiProxmox Backup Server, stesso ecosistema
Storage distribuitoa pagamento o in pacchetto superioreCeph e ZFS inclusi
Containerprodotto separatoLXC nativo
Compatibilità hardwareliste di compatibilità da rispettarehardware x86 standard supportato da Linux
Certificazioni applicativeampie, spesso richieste dai vendorpiù rare, da verificare caso per caso
Competenze sul mercatomolto diffuserichiedono dimestichezza con Linux
Uscire dalla piattaformavincolata a formati e strumenti propriformati aperti, nessun vincolo

Come si affronta una migrazione

Cambiare piattaforma di virtualizzazione è un progetto, non una serata. Ma è un progetto dai contorni noti, che nelle installazioni piccole si esaurisce in poche settimane con fermi programmati brevi. Il percorso che seguo è sempre lo stesso.

Le cinque fasi di una migrazione da VMware a Proxmox 12345 INVENTARIO VERIFICHE AMBIENTE PROVE PASSAGGIO macchine,dipendenze contratti esupporto vendor cluster nuovoin parallelo conversioni ecollaudo a finestre,con ritorno
Il vecchio ambiente resta in piedi fino all'ultimo: è ciò che rende il passaggio reversibile e permette di procedere una macchina alla volta invece che in un'unica notte.

L'inventario mette per iscritto quali macchine esistono, a cosa servono, chi le usa, quali dipendenze hanno tra loro e verso l'esterno. È la fase che fa emergere le sorprese: sistemi dimenticati, applicativi senza più manutentore, macchine accese senza che nessuno sappia perché.

Le verifiche riguardano i contratti prima della tecnica: quali fornitori software dichiarano supporto su una piattaforma diversa, quali licenze sono legate all'hardware e potrebbero richiedere riattivazione, cosa prevede il contratto in essere e con quale preavviso. È il punto che decide se la migrazione si può fare, e va affrontato prima di ordinare qualsiasi cosa.

L'ambiente nuovo si costruisce in parallelo, senza toccare la produzione: cluster Proxmox, storage, rete, backup, permessi. Da qui in avanti esistono due infrastrutture, e questo è esattamente ciò che rende il progetto poco rischioso.

Le prove spostano le macchine meno critiche, ne verificano il funzionamento reale, misurano le prestazioni e correggono ciò che non torna. Le macchine Windows richiedono la sostituzione dei driver e degli strumenti dell'hypervisor; è un passaggio noto, ma va provato prima su qualcosa che non blocchi l'azienda.

Il passaggio dei sistemi critici avviene per finestre concordate, uno alla volta, con criteri di accettazione stabiliti prima e la possibilità concreta di tornare indietro. Il vecchio ambiente si spegne solo quando tutto è stabile da abbastanza tempo — settimane, non giorni.

Il punto, per una PMI

Per un'azienda con pochi server, la domanda non è più quale piattaforma sia tecnicamente superiore: su quello che serve davvero a una PMI, entrambe fanno il lavoro. La domanda è quanto costa ogni anno tenere in piedi la virtualizzazione e cosa si ottiene in cambio. Con il modello attuale, per questa fascia di aziende, il confronto è sbilanciato — e la sottoscrizione Proxmox, quando serve, copre la sola voce che conta davvero: avere qualcuno da chiamare.

Restano i tre casi in cui non consiglierei il cambio: quando un applicativo essenziale è certificato solo su VMware, quando esiste un investimento recente ancora da ammortizzare e un contratto conveniente in corso, e quando non ci sono competenze Linux né dentro né presso il fornitore — perché una piattaforma che nessuno sa gestire è un rischio più grande di una licenza cara.

Al di là della piattaforma, la scelta va inserita nel ciclo di vita dell'infrastruttura: quando scade il supporto dell'hardware, quando si rinnovano i contratti, come si evita di ritrovarsi tra tre anni nella stessa condizione. È il perimetro di cui mi occupo nei servizi di gestione dell'infrastruttura e di governo delle migrazioni. Se hai un rinnovo in arrivo e vuoi capire quale sia la strada più sensata per la tua situazione, scrivimi: si parte sempre dall'inventario e dai contratti, non dal prodotto.